IL MINUTO SUBITO DOPO OGNI ATTACCO DI PANICO
Nato in un momento in cui avevo bisogno di fermare qualcosa che stava succedendo dentro di me. Dopo ogni attacco mi scattavo una polaroid, subito, senza pensarci troppo, e ci scrivevo sopra la data. Era un modo per dire: “è successo, ma sono ancora qui”. Ho raccolto tutte le foto in una cornice che assomiglia a un muro del pianto. Mi piace pensarle come piccoli messaggi infilati nelle crepe, ognuno con il suo peso, la sua paura, il suo silenzio. Non sono immagini da capire, ma da stare a guardare, come quando qualcuno ti racconta una cosa difficile e tu resti lì ad ascoltare.
Il panico è una cosa strana da spiegare. Arriva senza chiedere permesso e ti fa sentire fuori posto anche dentro il tuo stesso corpo. Il respiro si rompe, il tempo si stringe, e per un attimo sembra di essere completamente soli.
Quello che resta, però, è una del mio dolore, che ho sentito il bisogno di tenere con me per non dimenticarmi. Non per rivivere la paura, ma per ricordarmi che sono passato anche da lì, e che in quel momento fragile avevo comunque il dovere di volermi bene.
Forse questa memoria può essere anche di altri. Perché il panico, anche se ti fa sentire isolato, è una cosa che attraversa molte vite. Metterlo qui è un modo per dirlo ad alta voce e, magari, riconoscerci.

Questo progetto non cerca una guarigione né una risposta definitiva. È un gesto ripetuto, quasi ostinato, per restare in contatto con me stesso. Ogni immagine è un promemoria: del panico, sì, ma anche della sopravvivenza, del fatto che dopo c’è sempre un minuto in cui si resta. Se queste immagini riescono a creare una risonanza, anche minima, allora non sono più solo mie. Restano lì, come un muro che non divide ma accoglie, dove ognuno può riconoscere qualcosa di proprio e, magari, ricordarsi di avere cura di sé.